© 2019 Il Viaggio dell'Airone

Brani del libro da leggere

Stella bianca

Era l’inizio di settembre del 1934 quando, durante un viaggio che mi strappava dal mio mondo e dalla giovinezza facendomi precipitare nell’età adulta, conobbi Spinone. Ricordo perfettamente il momento in cui il mio sguardo fu catturato dalla sua presenza: erano le tre del pomeriggio ed ero disteso su una sdraio ad annusare la brezza marina. Lo vidi camminare avanti e indietro sul ponte della nave con passo sicuro e lento, indossava un capello con falda larga, era alto ed elegante, un signore distinto, come si usava dire a quei tempi.

D’improvviso una luce in cielo mi fece voltare ‘Una stella di giorno, che stranezza!’ pensai. Poi mi accorsi che si stava dirigendo velocemente verso di me, osservai l’uomo che pochi momenti prima aveva attirato la mia attenzione, notai che aveva anche lui lo sguardo rivolto verso l’alto, tutte le altre persone che come noi erano sul ponte sembravano non essersi accorte di nulla. Quando oramai la luce era giunta nei pressi della nave prese improvvisamente le sembianze di un uccello, un airone per la precisione, ma non un airone comune, questo aveva delle piume rosse sulla sommità del capo ed era particolarmente grande.

Nel frattempo il misterioso signore si stava inchinando, per tre volte ripeté l’inchino in segno di saluto. -Cosa fa?- mi domandai, da quel momento non lo persi più di vista, quell’inusuale comportamento aveva risvegliato in me la curiosità sopita  per via della calma piatta che regnava sulla nave.

Continuai ad osservarlo quando improvvisamente venne verso di me, tirò fuori dalla tasca del soprabito scuro un taccuino, l’aprì con cura e, sfilando la penna dal taschino interno della giacca, annotò velocemente qualcosa. Notai che il viso si era contratto in un tic, la palpebra del suo occhio sinistro batteva a intermittenza e il labbro gli si sollevava in una buffa smorfia; finito di scrivere girò lo sguardo incontrando il mio.

Io gli sorrisi un po’ imbarazzato, lui si tolse il cappello e, guardandomi dritto negli occhi: -Buongiorno giovanotto, come va la vita?– mi disse sorridendo.

 

…-Mi chiamo Spinone– disse tendendomi la mano. Pensai che quel nome non poteva essere più adatto, le sue sopracciglia erano infatti pelose e arruffate, come i peli di un cane spinone.

-Rubus.– risposi.

-Un nome che non si può dimenticare! – fece lui ammiccando. Annuii, mia madre aveva scelto quel nome ispirata da una macchietta rossa a forma di lampone che avevo sul piede sinistro e che era scomparsa con il passare degli anni, non è un nome comune ma l’ho sempre trovato gradevole all’udito.

Ci stringemmo la mano, mi raccontò di essere un botanico: -Uno che osserva le piante, le studia nelle loro particolarità e le ama. Sono spesso in viaggio alla ricerca di specie rare, una volta trovate ne scrivo…- s’interruppe per un istante come se esitasse a rivelarmi quell’informazione -su “Il viaggio dell’Airone”, una rivista specializzata che ho fondato assieme ad alcuni amici dopo l’università.-

9

Al tramonto dei giorni di solstizio aspetto davanti quell’enorme pianta che arrivi il Messaggero, un airone con le piume del capo rosse e le ampie ali che ritorna dal suo lungo viaggio intorno alla Terra. Atterra al suolo quando gli ultimi raggi del sole stanno per tramontare, a quel punto dal tronco si sprigiona una luce chiara che gli carezza le ali, il lungo becco e gli fa brillare le piume rosse della nuca. In quel momento riesco a intravedere la sua forma umana, è alto, ha gli arti lunghi, affusolati e uno sguardo profondo e fermo. M’inchino leggermente in segno di saluto e anche lui fa lo stesso, poi con voce serena mi dice:     

 

–La Terra mi ha preso per mano come un figlio e mi ha protetto lungo il viaggio-.

 

…–Heilun appare così.-  disse mostrandomi un disegno.

In mezzo ad una distesa d’acqua emergeva un unico continente la cui forma somigliava a quella di un albero. Presi il taccuino tra le mie mani e avvicinai il disegno per osservarlo meglio. Le fronde erano delle montagne colorate di verde e marrone che si susseguivano da est a ovest formando una cupola, con al centro una vetta le cui pendici erano nere e la sommità gialla; i rami declinavano dolcemente verso il tronco, dando l’impressione di somigliare a delle scoscese vallate; da qui iniziava a snodarsi una linea azzurra, un fiume che impetuosamente scendeva attraverso una selva, fino ad andare a sfociare in un lago a forma di foglia. Toccando il disegno mi accorsi che la superficie del foglio non era omogenea, sembrava fosse vivo. D’un tratto mi parve di trovarmi in mezzo a un bosco davanti una quercia imponente, rimasi sconcertato, la mia fervida immaginazione doveva avermi fatto un brutto scherzo. Infine, alla base del tronco, c’erano sette radici possenti che si insinuavano nella distesa d’acqua come se fosse terra, su di loro erano raffigurate delle abitazioni, una piccola cittadina. 

…Questa è Fjall,- disse indicando la vetta della montagna -sulla sua cima vive la saggia Misoghi, colei che riporta equilibrio e armonia nel caos degli eventi. La forma con la quale è solita manifestarsi è quella di un pavone bianco, ma si dice che possa assumere le sembianze di qualunque cosa desideri. Ha dei poteri fuori dal comune, le basta volgere il pensiero a un albero malato o alla terra secca e arida di un campo, per far sì che la vita rifluisca nuovamente in loro. È dotata di un’illuminata saggezza che le permette di distinguere l’essenziale dal superfluo e di volgere i suoi poteri all’armonia e all’equilibrio. Il suo compito è di vegliare sulla salute della Terra facendo sì che l’equilibrio della natura venga sempre rinnovato.

 
 

la foglia

La lettera proseguiva: “Mi trovo ormai da nove mesi ospite nel villaggio di Bris e conduco nella foresta di Juniperus, una delle maggiori riserve naturali del centro America che si trova vicino al confine tra il Belize e il Guatemala e che copre la maggior parte della superficie della provincia di Cabo de Tartago, delle ricerche su un tipo di conifera molto rara appartenente alla famiglia delle meliacee. Qualche giorno addietro mi sono imbattuto in un fenomeno alquanto straordinario ed è per questa ragione che le scrivo. Addentratomi nella foresta mi sono ritrovato su un percorso che non avevo notato prima e sono giunto davanti un albero di Ginkgo di dimensioni eccezionali: raggiunge un’altezza di almeno cento metri e ha un tronco di circa trenta metri di diametro, le foglie sono molto più grandi di quelle abituali.”

La prova l’avevo proprio davanti agli occhi, la foglia che mi era stata inviata era molto più estesa del palmo della mia mano.

-Sarà a causa delle particolari condizioni climatiche del paese.- pensai

 

-Comunque è un fenomeno singolare.–

 

Continuai a leggere: “Sono tornato l’indomani, seguendo sempre lo stesso cammino, ed ho scoperto altri particolari eccezionali dei quali preferirei parlarle di persona. Sono dell’idea che sarebbe opportuno investigare questo fenomeno con la dovuta cura e cautela. Le sarei dunque grato se mi raggiungesse al più presto a Bris per verificare e valutare insieme l’impatto che questa scoperta botanica potrebbe avere sul nostro campo di ricerca. Mi rendo conto che il viaggio è lungo, inoltre il villaggio di Bris non è conosciuto e si trova lontano dal mondo civilizzato. Per raggiungerlo occorre inoltrarsi nella foresta di Juniperus ed intraprendere un sentiero che si snoda verso nord-ovest, non è indicato in nessuna carta geografica. Sono consapevole della stravaganza della mia richiesta, ma credo veramente che qui potrebbe trovare molte spiegazioni. Le invio in allegato una mappa che ho disegnato personalmente.

Cordiali saluti Sergio Asmago.

 

-Molte spiegazioni? Cosa avrà voluto intendere?– mi domandai. Osservai la mappa, era abbastanza dettagliata, non avrei dovuto incontrare molte difficoltà nella ricerca del sentiero che mi avrebbe condotto al villaggio di Bris. Lasciai ricadere la lettera sulla scrivania e mi alzai a prendere la carta geografica dell’America centrale dallo scaffale, presi la lente d’ingrandimento dal cassetto e iniziai a cercare se ci fosse un’indicazione della riserva tra il Belize e il Guatemala. Mentre ero intento nella ricerca qualcosa mi sembrò prendere vita dal planisfero: per un istante vidi un enorme albero, mi sembrò di trovarmi al suo cospetto e di udire una voce che mi chiamava: <Spinone>. Rimasi sorpreso, iniziai a sudare freddo, avevo avuto un’allucinazione, forse ero troppo stanco. Andai a sciacquarmi, mentre l’acqua rinfrescava il mio volto, riflettei che quell’albero doveva avere qualcosa di speciale, andai a prendere la foglia ed ebbi la sensazione di averne già vista una simile. 

    

-Dove?- mi domandai. Un’immagine sbiadita dal tempo e dalla confusione nella quale cadevo ogni qualvolta cercassi di riportare alla mente alcuni episodi della mia vita passata, sembrò prendere forma. Rividi per un momento il volto di Calla e la foto di un uomo che, alle pendici di un imponente albero, mostrava una foglia simile alla mia.

battaglia

…“Quando ti alzi la mattina, non puoi sapere se quello è il tuo giorno. Affronti la tua quotidianità tranquillamente, senza sapere che non ci sarà più un mattino seguente, che tutto quello che ti ha sempre circondato, anche i tuoi cari, cambierà. Forse bisognerebbe vivere con questa consapevolezza, dovremmo prepararci, essere sempre attenti come sentinelle in tempo di guerra. 

Quella mattina Condur aveva compiuto come sempre i suoi riti purificatori e si apprestava a trascorrere la giornata, quando alzò gli occhi al cielo e capì: quello sarebbe stato il suo ultimo giorno. Sapeva che prima o poi sarebbe dovuto accadere, quando però ne diventi consapevole tutto acquista un valore diverso. Un sentimento che può somigliare alla paura percorse il suo corpo; ma non era paura, non avrebbe potuto averne, era un senso d’impazienza per quello che sarebbe accaduto dopo, per la novità, come quando ci si va a coricare il giorno prima delle nozze e non si riesce a prender sonno perché non puoi fare a meno di pensare come sarà la tua vita dal giorno successivo, come sarà bello dividere ogni momento con la persona amata. E, come aspettando di vedere sull’altare la propria sposa, lui avrebbe aspettato la morte con amore e determinazione. Perciò, passato questo fugace pensiero, si accinse a eseguire le sue mansioni quotidiane con quella tranquillità che gli derivava dalla consapevolezza che, morire quel giorno o il giorno dopo o un altro ancora, non avrebbe fatto alcuna differenza, ma comportandosi con dignità avrebbe rispettato la volontà divina e onorato i suoi avi e i suoi discendenti.

Io arrivai a casa sua che era tardo pomeriggio, il sole aveva cominciato a declinare verso l’orizzonte. Entrato, capii subito che qualcosa stava accadendo: era assorto in meditazione, vestito con l’abito da cerimonia, l’odore di incenso si spandeva per tutta la stanza. Il suo viso era sereno, nonostante l’avanzata età la sua pelle era liscia, i lunghi capelli rossi erano accuratamente pettinati e gli scendevano delicatamente sulle spalle, gli occhi blu scrutavano l’infinito.

-Buongiorno maestro.– dissi facendo un lieve inchino.

Non mi rispose subito, rimase ancora qualche minuto assorto, sembrava non avermi udito. Poi improvvisamente si inchinò verso di me e parlò:

-Diletto discepolo, so che oggi è l’ultima occasione che abbiamo per stare assieme. Purtroppo una forza oscura sta cercando di prendere il potere, ne sono state anticipatrici le litanie che abbiamo sentito nei giorni precedenti. Dovrai affrontare delle gravi circostanze che ti chiederanno il più grande coraggio.

Tu sai che le nostre anime, alla nostra morte, se progrediscono, migrano verso una dimensione superiore, se regrediscono, involvono, fino a raggiungere gli stati più degradati della materia. Questa è una ruota che continua a girare meccanicamente fino al momento in cui riusciamo a liberare la nostra vera essenza, a raggiungere lo stato più elevato di coscienza.

Noi, qui ad Heilun, abbiamo il compito di separarci completamente dalla parte animale che caratterizza la nostra anima, dobbiamo imparare a gestirla e a far sì che non prenda il sopravvento nei momenti di difficoltà. Il nostro scopo è divenire finalmente uomini, nel senso più profondo del termine.

In tutti questi anni ti ho preparato per affrontare questi eventi, sappi quindi che la tua anima è forte e non può essere sconfitta. Abbi fede in te e nella bontà dell’universo. Abbracciami Stavros, i nostri spiriti si rincontreranno, stanne sicuro.-

 

il teatro

Molti secoli or sono, prima che gli europei scoprissero il nuovo mondo, nel bosco che si trova vicino al villaggio esisteva un albero gigantesco che era la porta per un altro pianeta. Gli abitanti di Peggy’s Cove a quel tempo erano una specie di sacerdoti che aiutavano nelle sue incombenze un messaggero di quel mondo lontano. Non si sa il perché, ma questa porta un giorno fu chiusa e l’albero fu inghiottito dalla terra. Molti, nel corso dei secoli hanno cercato, scavando qua e là, la giusta ubicazione della pianta, pensando che ci fosse seppellito un tesoro o chi sa cosa, ma nessuno ha mai trovato nulla. Fino a quando un nobile europeo, mi sembra italiano, dopo aver cercato a lungo, dichiarò di averlo individuato. Dovete sapere che quest’uomo- sussurrò come se non volesse farsi sentire da orecchi indiscreti -era un alchimista, uno che si vantava di aver scoperto gli elementi necessari a creare l’oro. Decise di costruirci sopra un teatro, un tempio lui diceva, perché era convinto che prima o poi quel luogo sarebbe stato il centro di una battaglia tra il bene e il male che avrebbe riguardato entrambi i mondi. Tutti, logicamente, lo presero per pazzo, gli dicevano che stava sperperando i beni della sua famiglia, ma lui ostinato rispondeva: <Questo edificio è la rappresentazione della vacuità umana, dell’inutilità degli sforzi che l’uomo compie per raggiungere i suoi scopi di potere e ricchezza, trascurando la ricerca dell’unica cosa importante: l’essenza. Quando sarà terminato, faremo calcare il palco dagli attori una sola volta, poi lo abbandoneremo al suo destino.> Così fece, ci fu una sola rappresentazione, il Candelaio, una commedia di un frate italiano, uno di Nola di cui non ricordo il nome. Il giorno seguente l’italiano scomparve e il teatro fu abbandonato. Molti in seguito andarono a scavarci sotto per cercare l’albero, ma nessuno trovò niente.-

 

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